Relazione del Segretario PD Umbria alla direzione regionale del 18/10/2014

Segreteria pd regionale umbraSUPERIAMO LA CRISALIDE

L’Umbria del 2014 è un’Umbria ferita. Ferita dalla crisi, ferita dall’aumento della disoccupazione, ferita dai fallimenti delle nostre imprese. Un tessuto prevalentemente di piccole e medie imprese il cui l’85% è costituito da ditte individuali o da società di persone. Oltre il 60% di queste ritiene peggiorata la propria capacità di fare fronte al proprio bisogno finanziario, con ovvie e naturali conseguenze rispetto all’occupazione, posto che il numero degli inoccupati è il più alto degli ultimi 20 anni (oltre il 12% secondo gli ultimi dati Istat).
Un altro dato allarmante è quello dei fallimenti: +45%, a fronte di una media nazionale del 25%. Un tessuto sociale ferito, dove i dati dell’export non fanno fronte all’impatto di una crisi globale che è stata particolarmente aggressiva in un territorio come il nostro, fatto di un’organizzazione dell’impresa tradizionale e nel quale la progressiva contrazione dei bilanci pubblici ha colpito pesantemente il ciclo dell’edilizia, dopo una sua progressiva espansione.
Meritano un focus particolare i due capoluoghi. Le difficoltà di queste settimane e di questi giorni ci dicono che Perugia e Terni soffrono più di altri il venir meno della loro vocazione originaria.
A Perugia, rispetto al tramonto del modello pubblico prevalente, non se ne è sostituito un altro; in particolare questo ha avuto un effetto negativo sull’occupazione dei più scolarizzati, troppo spesso costretti ad emigrare, e sulla tenuta delle Università (in particolare, l’Università di Perugia passa dai 35.000 iscritti della fine degli anni ’90 a poco più di 20.000 degli ultimi anni); questo con una prevedibile ricaduta non solo sulla vita culturale della città ma anche sulla vita economica.
A Terni: 16.000 dipendenti Ast fino al 1953, 12.000 negli anni ’60, oggi l’equilibrio economico e sociale della città è minacciato da un piano aziendale, quello presentato da Thyssen Krupp, che prevede 537 esuberi e di fatto la mutazione genetica della fabbrica, che ad oggi, pur nel macroscopico ridimensionamento degli ultimi anni, costituisce, da sola, circa la metà dell’export regionale e circa il 20% del Pil regionale. Accanto ad Ast, le note e numerose crisi di questi anni nella provincia di Terni, che rischiano progressivamente, in mancanza di interventi seri, strutturati e pianificati, sia con il governo che con le istituzioni europee, di aprire una voragine dagli esiti disastrosi per tutta la regione. In un territorio dove tutti gli sforzi meritevoli di interesse, fatti in questi anni per implementare con altre vocazioni quella originaria, risultano vani in mancanza di una tenuta solida del tessuto industriale.

La percezione diffusa è dunque di una regione-crisalide. Che vede ormai irrimediabilmente chiusa una fase storica somma di vocazioni (pubblico e servizi a Perugia, industria a Terni, piccola e media impresa lungo l’asta del Tevere, turistica in molti piccoli comuni) che portavano alla sufficienza un equilibrio socio economico regionale, e che non ha ancora il necessario slancio per aprirne una nuova dove protagonista non potrà che essere una nuova fase di regionalismo, ancora troppo frenato dalle dinamiche di campanile e ancora tutto da costruire.
La vera sfida sarà dunque quella di costruire un modello solidale ed efficiente, che eredita la fase del policentrismo, della prossimità dei servizi, dell’efficienza dell’intervento e del contenimento dei costi a carico della comunità come sostegno indiretto ai redditi e ad un tessuto produttivo a spiccata ricaduta localistica, ma che oggi non può, per forza di cose, essere replicato.

La sfida di uscire dalla crisalide è bellissima e ambiziosa e tutta sulle nostre spalle: mai come oggi noi sembriamo essere gli unici depositari della costruzione del futuro. Mai come oggi il PD appare l’unico interlocutore sociale; non sono pervenute nel dibattito altre specificità politiche. Questo però porta con sé il rischio che si metta da parte una valutazione complessiva delle proposte per privilegiare, come è successo all’ultima tornata amministrativa, un dibattito quasi referendario intorno all’assenso o meno tutto concentrato su di noi.

La sfida dunque di costruire una nuova identità regionale non può che spettare a noi. Una nuova identità che muova innanzitutto dai temi della difesa e dello sviluppo:

Difesa delle persone, del lavoro, dei servizi. Difesa degli ultimi, delle politiche per i disabili, per i non autosufficienti, della spesa sociale che nonostante in questi anni sia stata minacciata dai progressivi tagli agli enti locali abbiamo tenuto sostanzialmente invariata. Difesa anche però che muove del concetto di uguaglianza delle opportunità: c’è una generazione in particolare che vuole scommettere sul futuro. Alla politica non chiede altro che di potersi giocare la propria partita, senza lacci e lacciuoli. Vuole essere messa nella condizione di competere, di costruirsi qui il proprio futuro, senza essere messo nella frustrante condizione di emigrare.
Difesa del lavoro, nella consapevolezza che solo una parte marginale di una partita gigantesca si gioca nel territorio. Serve la capacità di utilizzare e di mettere a leva gli strumenti che ci vengono consegnati (come ad esempio la garanzia giovani), di difendere l’occupazione nelle crisi industriali facendo leva su tutti gli strumenti normativi a disposizione, ma serve lo sforzo di andare oltre: per questo nei prossimi giorni presenteremo un piano del lavoro regionale, che parlerà di azioni mirate per il sostegno di politiche attive per il lavoro per gli over 30 e over 50, di riforma dei servizi per il lavoro, di accordo regionale per la contrattazione di secondo livello e dell’istituzione di un tavolo permanente delle vertenze grandi e piccole.
Difesa dei servizi, dell’idea di qualità e selettività del servizio nell’ottica di una grande e complessiva riforma del welfare regionale, che coinvolga tutte le parti in causa, in un’ottica di selettività ed efficienza della spesa pubblica. Un nuovo concetto di “efficienza solidale”, in grado di dare risposta ai bisogni delle persone, ma capace anche di garantire percorsi trasparenti e di attaccare sacche di privilegio o di spesa pubblica inefficiente. C’è un pezzo di regione che non chiede nulla per sé, ma pretende giustamente un rigido controllo sulla spesa pubblica alla quale questa contribuisce con il proprio lavoro e con le proprie tasse; ogni sciatteria, ogni privilegio consolidato diventa per noi un boomerang dalla portata devastante, caricato dalla forza e dalla rabbia di chi in questi anni ha tenuto testa alla crisi economica più impattante degli ultimi decenni.

Difese, ma anche sviluppo e crescita. Non basta più sventolare la bandiera delle nostre risorse (paesaggio, cultura) come potenziali vettori. L’occasione dei fondi europei e dei bandi relativi deve essere colta nel segno del superamento di ogni diffidenza rispetto alla necessaria selettività. Da statistiche nazionali, in Umbria non si difetta per capacità di sostegno alle imprese, difetta invece la ricaduta reale. Difetta la forza di scegliere come prioritari quei vettori che non siano semplicemente “abitudinari”, ma che siano in grado di moltiplicare in maniera efficace lo sforzo che si fa in loro favore. E la cartina di tornasole sull’idea di sviluppo che abbiamo in mente saranno proprio i passaggi relativi ai fondi europei per i prossimi anni.
Tutto ciò sapendo che nessun modello può essere esauriente: dall’investimento sull’agricoltura di qualità, alle energie rinnovabili, passando per il turismo; che appaiono settori strategici per il futuro, ma che senza una visione dì’insieme, in particolare sulle aree a maggior vocazione industriale, e sulla loro necessaria pianificazione decennale, rischiano di non apparire sufficienti a rimettere in moto l’economia regionale.
Sviluppo e crescita che non possono prescindere da una nuova pianificazione infrastrutturale. Per troppo tempo l’Umbria ha perso treni importanti per le troppe divisioni campanilistiche. Si è perso troppo tempo negli anni in discussioni sterili e di posizionamento territoriale che hanno impedito alla nostra regione di essere competitiva con altri territori, ben più risoluti nel decidere dove investire e quindi ben più capaci di attrarre i necessari finanziamenti. Dopo i passi avanti fatti dall’Aeroporto di Perugia, con la firma della nuova convenzione, confrontiamoci su quello che è davvero strategico per il nostro territorio ma decidiamo in fretta, tenuto conto che non potremo prescindere dall’ultimazione della Perugia – Ancona e dal collegamento con l’alta velocità, o in un progetto esclusivamente regionale, o in partnership con la Toscana, senza ovviamente prescindere dall’adeguamento delle nostre infrastrutture di collegamento.

Difese e Sviluppo che da sole non basteranno a superare la crisalide. Non basteranno se il Partito Democratico non dovesse essere in grado di aggiungere altri 2 elementi.

Il coraggio: il coraggio di mettersi in discussione; il coraggio di non nascondere la polvere sotto al tappeto rispetto a ciò che non funziona. Il coraggio di rovesciare il tavolo se serve, anche rispetto a pratiche consolidate: come per esempio i premi di produzione nelle pubbliche amministrazioni. Che appaiono sproporzionati rispetto al panorama economico regionale e di portata anacronistica (1 a 15 il rapporto tra lo stipendio dell’ultimo dei dipendenti pubblici rispetto al dirigente apicale). Mettiamoci in testa che ogni volta che sulla stampa locale escono notizie come il 98% dei premi di produzione erogati dalla provincia, o le busta paga dei dirigenti della regione queste diventano fendenti per la nostra credibilità. Perché governiamo. E perché da un lato la percezione della meritevolezza dei premi è labile, dall’altro i numeri non sono in armonia con quelli del privato, molto più esposto alle difficoltà del momento.
So bene che non possiamo limitarci ai proclami e so bene che su questo, trovando le forme adeguate tra proposta di modifica delle leggi statali e rivisitazione degli obiettivi delle pubbliche amministrazioni locali, una strada va tracciata e lo faremo nelle prossime settimane.
Come va rovesciato il tavolo sul tema delle società partecipate, se i numeri complessivi (al netto ovviamente delle pratiche virtuose) sono quelli che riportano la Corte dei Conti e il report di Cottarelli. Ne parleremo il 27, alla presenza del on. Rughetti e da lì lanceremo alcune proposte capaci di segnare un’inversione di tendenza su efficienza e servizi.
Ci vuole il coraggio di dire che se c’è stato qualche privilegio di troppo noi lo stroncheremo, anche se ne beneficia chi ha in tasca la nostra stessa tessera.
Ci vuole il coraggio di mettere in discussione anche le pratiche dove possiamo essere un modello, dove i bilanci parlano chiaro e dove non siamo noi stessi ad insignirci dell’importante riconoscimento dell’essere regione benchmark, come nella sanità. Dobbiamo saper leggere in controluce e bene stiamo facendo nell’attaccare la criticità delle liste d’attesa; qualcuno dice che è un’operazione tardiva: probabilmente è giusto, ma sarebbe stato peggio non farlo. Ma dobbiamo sapere che non sempre i conti in ordine si tramutano in percezioni positive, sia da parte degli utenti che degli operatori. Mettere in discussione noi stessi significa anche capire che con una fase storica che si è chiusa anche il complesso degli interpreti deve rinnovarsi. Sarebbe sbagliato continuare a fare orecchie da mercante rispetto alla grande domanda di rottura con il passato che c’è in Umbria; sarebbe altrettanto sbagliato, però, pensare di risolvere tutto unicamente con lo scalpo di qualche capro espiatorio.
Mettere in discussione noi stessi significa anche rompere quella virtuale campana di vetro nella quale a volte siamo asserragliati e nella quale saremmo sempre più assediati da una comunità che ha sempre visto in noi, nella classe politica che nel centrosinistra si candidava a guidarli, “uno come loro”, e che oggi vede in noi una classe politica a volte stanca e svogliata nell’affrontare assemblee ricche di tensione, preferendo il dialogo “morbido” con corpi intermedi sempre meno rappresentativi delle realtà che hanno la pretesa di rappresentare.

Fin qui il coraggio. Ma serve anche l’orgoglio.
L’orgoglio di esserci stati. In prima linea, nelle crisi industriali, come dimostrano in questi giorni le vertenze Ast e Merloni.
L’orgoglio di essere riconosciuti una regione modello sui costi della politica. Sulle indennità del consiglio regionale (le più basse d’Italia); sul funzionamento dei gruppi consiliari che tanto hanno fatto indignare il nostro partito a livello nazionale.
L’orgoglio di essere persone perbene, che con tutti i possibili limiti non fanno dell’impegno politico uno strumento di arricchimento personale e che hanno avuto la forza di abolire una pratica malsana ma strutturata in tutto il paese da sempre, cioè quella dei vitalizi.
L’orgoglio di aver tenuto i conti in ordine, di non aver aumentato la pressione fiscale pur mantenendo la spesa sociale invariata, nonostante anni di progressiva contrazione dei trasferimenti.
L’orgoglio di aver avviato una significativa azione riformatrice, che va velocizzata (ad esempio sul numero dei dirigenti) , va ultimata senza indugi, in particolare sulla sanità, se non vogliamo essere percepiti come quelli che lasciano solo sulla carta gli impegni; ma che ha visto in questi anni l’importante risparmio strutturale di 9 milioni di euro nella macchina pubblica e il superamento e la semplificazione del modello fondato sulla proliferazione delle agenzie regionali.

Serve poi introdurre altri concetti; nuovi, non facenti parte tradizionalmente del nostro vocabolario: ne cito due.
Uno è il merito, e l’altro è la velocità: facciamo dell’Umbria una regione meritocratica e veloce. Alle elezioni europee il Pd ha preso nella nostra regione il 50%. E’ plausibile che lì dentro ci siano molti che vogliono giocarsi la partita, non cercano garanzie aprioristiche. Non vogliono che il sistema pubblico li porti per mano. Vogliono partite allo stesso livello degli altri. Non vogliono privilegi, non vogliono incrostazioni, non vogliono che qualcuno gli sia preferito più sulla base delle conoscenze, che della conoscenza. Chiedono a noi non di essere coloro che “accontentano” tutti. Ma di essere coloro che “garantiscono” tutti, sul piano delle opportunità e della terzietà.
Le ferite della crisi, le frustrazione di non trovare un lavoro adeguato a quello che si è studiato, diventano irreversibili ogni volta che chi le subisce sente o magari conosce qualcuno che è più qualcuno degli altri. Ognuno è disposto ad applaudire chi ha avuto quello che legittimante si è meritato. Tutti sono pronti ad aggredire chi invece illegittimamente ha goduto di una scorciatoia e in particolare chi, anziché garantire una sana logica meritocratica, lo ha agevolato.
Garantire di giocarsi la propria partita significa però anche sgombrare il campo dagli ostacoli. Per questo la velocità: velocità nei processi delle pubbliche amministrazioni, velocità nella realizzazione delle infrastrutture (immaginando seri contrappesi sanzionatori), velocità nel decidere, velocità nel pagamento dei corrispettivi alle imprese, velocità intesa come fase di una straordinaria efficienza della pubblica amministrazione e delle scelte della politica come segnale a chi decide di rischiare. Merito e velocità, perché non possiamo pensare che chi oggi non chiede alla politica altro se non la strada libera per giocarsi le proprie carte sia limitato da dinamiche obsolete che, con la falsa pretesa di garantire tutti, scoraggiano le forze vitali del territorio.

Servirà in ultimo una sana discussione su di noi, su come ci presenteremo ad un appuntamento che senza mezzi termini dovrà rappresentare una significativa vittoria del PD e delle forze culturalmente affini a noi che sulla base di un progetto, vorranno condividere il nostro percorso. Vittoria che sarà possibile solo grazie ad una grande unità d’intenti, come hanno dimostrato i recenti successi alle elezioni delle nuove Province, dove come classe dirigente diffusa abbiamo dato un importante segnale di serietà e lealtà.
Se dobbiamo abbandonare la crisalide, serviranno musicisti nuovi per suonare spartiti nuovi. Innovazione, rinnovamento, discontinuità, chiamiamola come vogliamo, ma una fase nuova va aperta; questo il messaggio chiaro e inequivocabile che arriva anche dalle risposte ai numerosi questionari compilati alle primarie delle idee. E’ in atto nel PD un profondo rinnovamento e questo andrà rappresentato adeguatamente anche alla squadra che proporremo agli elettori.

In ultimo c’è il tema dell’apicalità, del capitano della nostra squadra: mi si è chiesto di ragionare sulle primarie. Voglio ricordare che le primarie non sono nella disponibilità del segretario, ma dell’assemblea regionale, con limiti e numeri previsti dallo statuto regionale e nazionale. Ho, poi, le mie idee: e cioè che sbaglieremmo a considerare le primarie non come un profilo identitario, ma come una medicina adatta un po’ in tutte le stagioni. Un po’ come la tachipirina. Perugia e l’Emilia-Romagna lo dimostrano. Non ci hanno curato, anzi, ci hanno annebbiato.
Facciamo in queste settimane un dibattito serio e sano, su tutto; il tempo ce lo consente: 5 anni fa scegliemmo il presidente con le primarie a febbraio e oggi siamo in grado di concludere ogni eventuale percorso da qui alle prossime settimane; dibattito che naturalmente dovrà riguardare anche il miglior capitano della nostra squadra e che non potrà che partire, ovviamente, da chi ci ha capitanato in questi anni, da Catiuscia, che voglio ringraziare per l’energia, la passione, la trasparenza, l’onestà e la competenza con cui ha guidato la nostra squadra in questi 5 anni.

Giacomo Leonelli
Segretario Pd Umbria

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