Un 8 Marzo di speranza per tutte le donne

otto marzo

In tempi di crisi, si sa, a farne principalmente le spese sono innanzitutto i soggetti già in precedenza in difficoltà. Ce lo dicono ad esempio i numeri drammatici della disoccupazione giovanile. E il panorama del rapporto tra donne e lavoro in tempo di crisi non solo non fa eccezione, ma conferma quello che è ormai un teorema in negativo.
Dal 1922, anno dal quale in Italia si celebra l’8 marzo la giornata della donna, certamente molto è cambiato, sia in termini culturali che di emancipazione femminile. Eppure alcuni numeri sembrano essere più duri di altri a crescere o a cambiare.  Nella giornata che il sito del Pd ha dedicato al racconto delle donne nel mondo del lavoro, ne parliamo con un uomo, il responsabile economico del Partito democratico, Filippo Taddei.

Un tasso di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa (47,1% contro una media del 58,6%), ancora lontano dalla strategia di Lisbona, che aveva fissato un tasso di occupazione femminile almeno al 60% nel 2010, e un tasso di disoccupazione che per le giovani donne del Mezzogiorno arriva al 53,7%. E’ una situazione imputabile solo alla crisi?

 Il tasso di occupazione femminile è basso da prima della crisi. Quello che la crisi ha fatto è peggiorare il dato. Il motivo è duplice: le donne suppliscono in prima persona alle carenze del welfare, nella protezione sociale e nella cura dei bambini; inoltre le donne sono più deboli nella occupazione. Il massimo della protezione, nelle crisi aziendali è offerto al capofamiglia maschio di mezza età, non certo alle donne nella stessa posizione. La parità delle opportunità occupazionali non è solo una questione di civiltà ma è la vera differenza tra il nostro mercato del lavoro e gli altri. Se allineassimo il tasso di occupazione femminile agli altri paesi avremmo ridotto la differenza con l’Europa di più della metà.

Parliamo di gender pay gap: con una differenza di salario tra donne e uomini a parità di impiego del 6,7% l’Italia è tra i Pesi più virtuosi dell’Unione (dove la media è del 16,4%), ma la percentuale è in deciso aumento. A questo, vanno aggiunti i numeri sull’aumento del lavoro poco qualificato, del maggiore carico per le donne tra lavoro retribuito e non retribuito, della difficoltà di conciliare famiglia e lavoro per la carenza cronica di asili nido e di un welfare all’altezza della sfida. In Italia si sono fatti diversi interventi legislativi, ma sembrano non bastare. Il Pd è al governo con il suo segretario, quali azioni metterà in campo? 

Statisticamente il gender pay gap mostra un’Italia virtuosa, con una percentuale al di sotto della media europea. Bisogna fare attenzione perché spesso questa diminuzione del divario è dovuta ad una diminuzione della retribuzione maschile e non ad un effettivo aumento di quella femminile. Infatti una italiana in media guadagna 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo. Inoltre è su di un altro dato che dobbiamo riflettere: quello della partecipazione e opportunità economiche delle donne evidenzia il nostro grande e più grave gender gap perché solo il 50% delle donne lavora, mentre lo fa il 74% degli uomini. Quindi la strada della parità è ancora lunga ma vorrei essere ottimista. E’ di oggi il dato di EUROSTAT che riporta come il 40% delle donne abbia completato una istruzione di livello universitario o parauniversitario, contro solo il 30% degli uomini. In futuro sarà il capitalo umano a colmare il gender pay gap. Nell’immediato il Partito democratico si impegna a sviluppare le politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia incentrate sul ruolo della scuola e della formazione prima che su tutto il resto. I problemi delle donne al lavoro sono quotidiani ed ordinari: dobbiamo sviluppare un sistema di asili nido e scolastico che operi nella quotidianità. Altrimenti costringeremo le donne ad accettare sempre livelli di responsabilità e remunerazione più bassi perché sono costrette alla scelta tra carriera o famiglia. Oltre alle svolte concrete, non ci scordiamo delle piaghe culturali del nostro mercato del lavoro, prime fra tutte, quella delle dimissioni in bianco, per arrivare alla negazione della maternità come un diritto universale valido per tutte le forme contrattuali.

Lei ha tre figlie. Sono piccole ma presto o tardi dovranno confrontarsi con tutto questo. Quale Paese pensa troveranno quando avranno l’età per entrare nel mondo del lavoro?

Un Paese in cui conti solo il loro lavoro, nulla di più e nulla di meno. Magari un Paese in trasformazione come quello di oggi, speriamo con meno difficoltà di oggi. Però un paese aperto e inclusivo, che non offra loro la solidarietà pelosa che si concede alle “minoranze” ma la cooperazione che si pratica tra pari.

Filippo Taddei
Responsabile Economico Segreteria Nazionale PD

In allegato l’articolo della nostra tesserata Gemma Paola Bracco, consigliere di parità presso la Provincia di Perugia,scritto in occasione dell’8 Marzo : Un 8 Marzo di speranza per tutte le donne

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